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(Michael Bay, USA 2009)

Con Transformers (2007) il regista americano Michael Bay aveva raggiunto forse uno dei punti più alti della sua personalissima poetica dell’action-movie.  Il mix di avventura, spettacolarità, effettoni, sani valori americani (con tanto di maschilismo imperante) e ironia era perfettamente equilibrato, e reso ancora più gustoso dal tocco spielberghiano della produzione.  L’inevitabile seguito, La vendetta del caduto, ci riporta alla dura realtà: due ore e mezza (argh) di inaffrontabile accozzaglia di botti ed esplosioni, con un’estenuante clangore di lamiere (il numero dei robot implicati è, manco a dirlo, quintuplicato), un citazionismo fine a se stesso (King Kong, Indiana Jones…) e mai un momento divertente. Neppure Laboeuf, solitamente a suo agio nei panni dell’eroe per caso, riesce a salvare la baracca. Eppure Bay sembra proprio divertirsi, disinvolto com’è nel correr dietro ai soldati yankees con la camera a mano o a riprendere la Fox al tramonto in controluce. Un passo falso anche per la premiata ditta degli sceneggiatori Kurtzman & Orci, di cui abbiamo da poco potuto apprezzare il lavoro nel fantastico Star Trek.

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Coraline e la porta magica

(Henry Selick, 2008 USA)

Dalla penna di Neil Gaiman, e dal genio di Henry Selick, già compagno d’arme di Tim Burton e regista di The Nightmare Before Christmas, ecco a voi un altro splendido film d’animazione in stop motion, una fiaba a forti tinte dark  in cui la perfezione della realizzazione tecnica fa il paio con un plot solido e appassionante. Nel seguire il viaggio di Coraline, undicenne insoddisfatta che scopre il passaggio per un altro mondo solo apparentemente migliore del proprio, si spaventeranno i grandi al pari dei bambini, e si troveranno freaks burtoniani ed echi di Lewis Carroll, come pure un’infinita di spunti e tematiche ‘adulte’ che vanno a costruire una favola morale di rara bellezza. Una nota: il film è concepito e realizzato in 3D, ma non fatevi scoraggiare se non trovate una sala attrezzata all’uopo. Guardatelo, anche su schermo ‘normale’, perchè merita davvero.

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Una notte da leoni

(Todd Phillips, USA 2009)

Chi l’avrebbe mai detto. Una notte da leoni, sorpresa del box office americano, non è semplicemente un filmetto demenziale da 4 soldi su un gruppo di amici trentenni che non hanno voglia di crescere e che vanno a sbronzarsi a Las Vegas in occasione dell’addio al celibato di uno di loro. Una notte da leoni è effettivamente una commedia assolutamente esilarante, dai tempi comici studiati a puntino, trainata da un cast perfetto (Bradley Cooper, Ed Helms e Zach Galifianakis). Il trucco sta nell’escamotage narrativo: i nostri eroi non ricordano assolutamente nulla della notte brava, e sono costretti ad andare a ritroso cercando di raccogliere quanti più indizi possibile per ricostruire gli avvenimenti e spiegare, fra le altre cose, la presenza di una tigre nel bagno, la sparizione dello sposo, il ritrovamento di un neonato, un’alterazione della dentatura… Le gag che si succedono sono irresistibili (su tutte la comparsata di Mike Tyson!), i 100 minuti di film leggeri e senza pretese se non quella di divertire e ribadire l’importanza dell’amicizia. Forse Vanzina dovrebbe prendere spunto da prodotti come questo…

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(Niels Arden Oplev – Svezia 2009)

Non ho mai letto la saga Millenium quindi la mia recensione prescinde da ogni possibile collegamento o confronto col romanzo. Detto questo, gran bel thriller. Dopo i gialli che riguardano complotti politico-economici, quelli che hanno come protagonisti torbidi legami in estese famiglie aristocratiche sono i migliori. Per non parlare della coppia di protagonistii: giornalista-hacker, un equilibrio perfetto. Il caso da risolvere forse non sarà tra i più originali (sesso e fanatismo) ma la storia regge, coinvolge, sorprende (fatto raro ultimamente). Oramai i film tendono ad allungarsi a dismisura perchè bisogna raccontare tutto il possibile per supplire alle mancanze recitative degli attori o alla banalità della trama: in questo caso bastano 2 smorfie di Lisbeth o un sospiro di Henrik Vagner per cogliere l’intero spessore del personaggio. Attendo con ansia i prossimi capitoli (per chi non lo sapesse, coinvolgono sempre Lisbeth e Blomkvist ma non hanno nessun collegamento col mistero del primo volume) e credo mi darò alla lettura intensiva.

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Soffocare

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(Clark Gregg – USA 2009)

E’ così assurdo e divertente, a tratti tristissimo, che la mancanza di un epilogo forte per giustificare tutto quel “casino” non mi ha impedito di apprezzare il film. Sessuomani, vecchie rimbambite, figuranti in un parco a tema coloniale, madri non più lucide, ricordi di un’infanzia rocambolesca, finte o quasi scene di soffocamento: di tutto e di più. Ma sono le battutacce del protagonista Sam Rockwell e la sua faccia a metà tra il cucciolo bastonato e lo stronzo a farla da padroni. Per non parlare di Anjelica Houston, una delle poche grandi attrici che non ha sacrificato la mimica facciale per la finta giovinezza regalata dal botulino… Riassumento: Soffocare è adatto per una bella sghignazzata di quelle intelligenti, non banali, piene di vita inaspettatamente vera.

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Angeli e Demoni

(Ron Howard, USA 2009)

Mea culpa, mea maxima culpa: non avendo letto il libro, già provata dalla lettura di quel capolavoro di demenza che è Il Codice Da Vinci, non posso recensire in maniera esauriente questo Angeli e Demoni. Devo limitarmi all’oggetto-film, e quel che posso dire a riguardo è innanzitutto che, dopo l’ottimo exploit di Frost/Nixon, salutiamo il ritorno di Ron Howard a quel suo cinema banalotto, didascalico, nè carne nè pesce a cui ci ha abituati negli anni. Certo, non si può dire che sia “brutto”, ma mi sembrava lecito aspettarsi, da una grande produzione come questa, come minimo un tentativo di alzarsi qualche centimetro oltre il livello della mediocrità, cosa che ovviamente non accade. Sarà anche vero che lo spettatore si bea del ritorno dell’identico, ma insomma.. di certo non ho avuto bisogno di aver letto il libro per avere qualche dubbio sul mellifluo camerlengo, tanto per dirne una. E caro Howard, possibile che non esistano altre soluzioni per lavorare sulla suspence oltre all’alzare a palla la colonna sonora in stile Carmina Burana? Possibile che non si potesse scritturare una controparte femminile che tenesse testa al buon Hanks? Possibile che fosse davvero necessario far fare le solite figure di merda ai carabinieri italiani? Possibile che basti ventilare l’esistenza di una setta anticlericale, della quale viene spiegato poco e niente, per far percepire un senso di minaccia? Sarò io che non mi accontento, mettiamola così: del resto, 152 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo nel primo weekend di programmazione danno ragione a Howard, Brown e compagnia…

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Earth

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(Alastair Fothergill & Mark Linfield – 2009)

Per chi non lo sapesse, Disneynature è la nuova figlia del colosso dell’animazione Disney: una branca che si occuperà di documentari per il cinema seguendo la crescente sensibilità del pubblico per i temi ambientali. Il primo lungometraggio ad uscire con il nuovo marchio sarà Earth,  una versione estesa dei documentari della BBC “Planet Earth”, nominati ai BAFTA: una panoramica sul cerchio della vita ad ampio respiro, dalla formazione delle nuvole alle piogge nel deserto, dai boschi di conifere alle jungle rigogliose. In particolare il film si sofferma su tre famiglie animali: gli orsi polari, gli elefanti e le megattere, tutti in viaggio migratorio alla ricerca di acqua e cibo. Le immagini sono veramente spettacolari, soprattutto quelle che riguardano il cambio delle stagioni, le diversità vegetali e i grandi stormi di uccelli. E’ affascinante soffermarsi ai titoli di coda, quando grazie a un semplice “behind-the-scenes” ci viene mostrato come sono state effettuate le riprese. Non è certo ciò che di più avvincente si può trovare al cinema, però la qualità, l’impegno e il messaggio ambientalista (ma non catastrofista, grazie al cielo) meritano una visione su grande schermo. Per non parlare della variegata gamma di suoni e di musiche associate alle diverse scene della vita animale: questo George Fenton (il compositore della colonna sonora) ha fatto davvero un buon lavoro.

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Star Trek

(J.J. Abrams – USA 2009)

CHARLIE

Non abbiate timore della grossa eredità della saga, voi che come me di episodi di Star Trek ne avete visti pochi o nessuno; non schifate a partito preso questo film, voi che storcete il naso di fronte alla fantascienza. Da cinefilo amatoriale ancora fatico a visualizzare nella mente le chiavi di successo o di insuccesso di una pellicola, tuttavia è palese come Star Trek di JJ Abrams faccia mangiare la polvere a tutti i Guerre Stellari degli ultimi tempi. Già aveva fatto un ottimo lavoro con Cloverfield, dove alieni inferociti attaccano Manhattan ripresi da telecamere portatili; ma con il suo ultimo lavoro si merita un applauso. Perfetto equilibrio tra azione e dialoghi (e poco “chiasso”, a dispetto di Star Wars e Transformers, tanto per fare due esempi), effetti speciali da urlo (quanto mi piace il teletrasporto!!!), attori azzeccati (Zachary Quinto in primis, ovvero il nuovo Spok), emozioni a volontà (la morte di Winona Ryder, l’amore di Zoe Saldana). JJ Abrams riesce a giocare con il mito del serial che ha fatto la storia della TV anche prendendolo in giro (”Quel bastardo con le orecchie a punta”) e giocando a sorpresa la carta Leonard Nimoy. Rimpiango giusto la mia mancanza di nozioni su Star Trek, perchè mi è mancato il brivido che ogni fan prova vedendo comparire i personaggi storici “ringiovaniti” e chiamati per nome.

LUCY

Trovo assolutamente interessante come, nel giro di pochi anni, un paio di ‘nerds’ di provenienza televisiva come Joss Whedon e JJ Abrams abbiano – il primo con Serenity (2005), il secondo con questo Star Trek – letteralmente ‘dato la paga’ alla fantascienza fracassona dell’ultimo Lucas e compagnia bella, dando nuova linfa vitale al genere. La ricetta è semplice: personaggi accattivanti, ironia, effetti speciali curati, senso di familiarità ed elementi etico-morali ben dosati. C’era un po’ di apprensione per il ritorno di Abrams in cabina di regia, tre anni dopo quel Mission: Impossible III giustamente tacciato di essere troppo televisivo: ma fin dalle prime immagini di Star Trek, che ci investono con il respiro epico della battaglia tra la USS Kelvin e i Romulani e l’eroico sacrificio di Kirk Sr., il problema appare pienamente superato. Riuniti i collaboratori più fedeli (Kurtzman e Orci alla sceneggiatura, Giacchino alle musiche, Lindelof in produzione), Abrams riesce nell’impresa di rilanciare il franchise creato da Gene Roddenberry con ritmo e freschezza d’intenti,  coniugando novità ed elementi familiari ai fan, raggiungendo un ottimo livello di intrattenimento spettacolare. E con un semplice ma geniale espediente di scrittura ‘resetta’ gli ultimi 40 anni, abbattendo di fatto qualunque limite al proseguimento della saga e ponendo le basi per arrivare ancora una volta “là dove nessun uomo è mai giunto prima”.

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(Gavin Hood, USA 2009)

C’era notevole attesa per il primo degli spin-off della saga dei supereroi mutanti portata per la prima volta al cinema da Bryan Singer; peccato dunque che il primo tentativo sia riuscito piuttosto male. Peccato soprattutto perchè si trattava di approfondire le origini dell’X-man forse più affascinante ed amato, quel Wolverine già parte della cultura pop nell’interpretazione tutta muscoli e sofferenza di Hugh Jackman. Jackman si impegna, ma nulla può in balia di una sceneggiatura paradossalmente poco… graffiante, che spreca le fugaci e promettenti apparizioni di Gambit (Taylor Kitsch, che tornerà nel già annunciato sequel) e Deadpool (Ryan Reynolds) e finisce per puntare quasi esclusivamente sull’animalesca contrapposizione tra Wolverine e la sua nemesi Sabretooth (Liev Schreiber). Viene praticamente a mancare ciò che era uno dei punti di forza dei comics e degli altri film della saga: l’argomento della diversità dei mutanti, con tutte le conseguenze politico-sociali del caso, e della condizione di Wolverine di “diverso tra i diversi”. Una storia pastrocchiona, con un inutile accumulo di personaggi “non spiegati” e un evidente eccesso di botti ed esplosioni varie fanno il resto, e nonostante non manchi qualche momento di buon cinema d’azione è impossibile rimanere soddisfatti.

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State Of Play

(Kevin MacDonald – USA 2009)

Dalle migliori tradizioni filmo-giornalistiche (Tutti Gli Uomini Del Presidente, Il Rapporto Pelican, The Insider) e da un’omonima miniserie inglese mai vista in Italia è stato partorito questo prodotto, misto di suspence e buona recitazione, alquanto “impostato” che cattura l’attenzione per i tre quarti del tempo. In sintesi: la ricercatrice-amante di un fascinoso deputato in lotta contro una lobby di mercenari viene assassinata e sono coinvolti nella ricerca della verità i giornalisti Russel Crowe (di abbondante saccenza) e Rachel McAdams (di bella e giovane esperienza). Secondo me il mordente del film deriva principalmente dalla simpatia che stimolano i protagonisti (anche Helen Mirren redattrice capo) per cui quando le performance si appannano a causa della (quasi) soluzione del caso, l’interesse alla vera soluzione è svanita. Ma rispetto alle ultime esperienze di Crowe, non possiamo lamentarci.

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