
(Kevin Tancharoen, USA 2009)
Per favore, impiegate i vostri soldi in altro modo. O andate a farvi una passeggiata, piuttosto. O al limite, andate a recuperare l’originale cult di Alan Parker.

(Kevin Tancharoen, USA 2009)
Per favore, impiegate i vostri soldi in altro modo. O andate a farvi una passeggiata, piuttosto. O al limite, andate a recuperare l’originale cult di Alan Parker.
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(Quentin Tarantino, USA-Germania 2009)
Quentin Tarantino: love him or hate him, ma riesce sempre e comunque a far parlare di sè. Dopo il flop di A prova di morte, con Inglourious Basterds (il misspelling del titolo è voluto) Tarantino riguadagna innanzitutto il favore del box office, segnando il maggior incasso personale dai tempi di Pulp Fiction. Merito forse anche del “traino” garantito da una star come Brad Pitt, ma poco importa: a conti fatti, vince lui. C’erano una volta, nella Francia occupata dai nazisti, i “bastardi” yankee del tenente Aldo Raine, detto l’Apache: dopo aver seminato il terrore tra i crucchi, vengono incaricati di eliminare i vertici del partito nazionalsocialista riunitisi a Parigi per un’occasione mondana. I loro destini si incroceranno con quelli di Shosanna, ebrea francese sfuggita al massacro della propria famiglia, fino a una conclusione che riscrive la Storia. Per quanto mi riguarda, la guerra secondo Tarantino – ispirata a un vecchio film di Enzo G. Castellari – non convince fino in fondo per l’eccessiva lunghezza e l’approssimazione dei (troppi) personaggi, nonchè la mancanza di momenti e dialoghi davvero “memorabili” nel senso tarantiniano del termine. Ciò nonostante, il film si mantiene di buon livello, è divertente e ben girato, segno che forse Tarantino è uscito dalla sua fase di “crisi creativa” anche se è lontano dalla sua forma migliore. Gran parte del merito va al cast: praticamente perfetto (qualche riserva solo per Eli Roth), dal viscido colonnello delle SS Christoph Waltz alla star del cinema tedesco Diane Kruger, fino a Brad Pitt (Raine), Melanie Laurent (Shosanna) e il “bastardo” Til Schweiger. Chapeau, infine, davanti alla metafora finale e all’encomiabile lavoro sulle lingue, motivo per cui è caldamente consigliato cercare una di quelle sale che, su esplicita richiesta del regista stesso, proiettano il film in versione originale sottotitolata.
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(Neill Blomkamp, USA 2009)
Senza timore di esagerare posso dire che District 9 è, oltre che una splendida sorpresa, uno dei film migliori di questo inizio di stagione. Prodotto dal lungimirante Peter Jackson, a cui dobbiamo la scoperta del giovane e talentuoso regista sudafricano Neil Blomkamp, District 9 è una grande metafora cinematografica che si serve della fantascienza per parlare del tema del rapporto con la diversità. Si immagina che, negli anni ‘80, una astronave aliena si sia fermata esattamente sopra la città di Johannesburg. Debilitati e per qualche motivo non in grado di ripartire, i suoi occupanti vengono trasferiti in una sorta di ghetto/baraccopoli alle porte della città. E’ l’inizio di una difficile convivenza, un drammatico scontro di civilità che raggiunge il culmine quando alla MNU, multinazionale privata e militarizzata, viene affidato il compito di spostare le centinaia di migliaia di alieni in un altro campo di accoglienza. Impossibile, per gli spettatori, non pensare all’apartheid o, per noi italiani, a fatti che ci riguardano ancora più da vicino. Blomkamp dirige un film praticamente perfetto, inframmezzato di momenti documentaristici e in stile reportage, ricco di tensione e riferimenti ad esempi “alti” del genere da Cameron a Cronenberg, con effetti speciali limitati all’essenziale e appassionanti vicende umano-aliene. Da non perdere!
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(Anne Fletcher, USA 2009)
Dalla regista di 27 volte in bianco, ennesima commedia romantica-battaglia fra sessi: lei manager rampante e spietata di una casa editrice, lui aspirante scrittore che sacrifica le proprie ambizioni accontentandosi di essere il segretario vessato dalla suddetta. A portarli in rotta di collisione la necessità di lei, canadese a rischio rimpatrio, di trovarsi un marito americano. Come da copione, i due si odiano, ma la convivenza forzata durante un weekend a casa dei genitori di lui in Alaska porterà delle sorprese. Con la spada di Damocle del “trito e ritrito” sulla testa, la Fletcher riesce inaspettatamente, ispirandosi ai dettami delle screwball comedy degli anni ‘40, a portare a casa un risultato dignitoso: i siparietti sono gustosi, alcune gag esilaranti, e i protagonisti Bullock (rilanciata) e Reynolds (una conferma) in gran forma.
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(Carlos Saldanha, USA 2009)
Benvenuti al “Jurassic Park” dell’Era Glaciale: nel terzo episodio della saga prodotta dagli studi Blue Sky, inno all’amicizia “interrazziale” e commedia slapstick amata da grandi e piccini, i nostri eroi devono fare i conti con la rottura degli equilibri del gruppo e con la scoperta di un “mondo perduto” popolato di specie ritenute estinte, tra cui appunto i dinosauri del titolo. La verve iniziale del franchise si va un po’ perdendo, ma il film resta comunque godibile e divertente soprattutto per due motivi: il maggior spazio concesso allo scoiattolo-cult Scrat, qui protagonista di intermezzi romantici che diventano quasi un film nel film, e l’introduzione di un nuovo personaggio, l’allucinato furetto Buck, sorta di incrocio tra un reduce di guerra impazzito e un Capitano Achab ossessionato dal suo nemico, protagonista indiscusso dei momenti migliori della pellicola.
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(Greg Mottola, 2008 USA)
Davanti a un film come Adventureland non si può non sbattere la testa contro il muro e non domandarsi per quale motivo in Italia siamo condannati a teen movies sulla falsariga di Tre metri sopra il cielo invece di opere come quella di Greg Mottola. Temo purtroppo che la domanda esistenziale “Perchè a noi Moccia e a loro Mottola?” non avrà mai risposta; perciò godiamoci questo Adventureland, variazione sul tema del ‘coming-of-age’ e dell’estate che vi cambierà la vita. Fine anni ‘80: si narra la storia del giovane James, che vede improvvisamente svanire il sogno di un viaggio in Europa e di studiare giornalismo a New York a causa dei problemi finanziari della sua famiglia. Bloccato nella natìa Pittsburgh, riesce a trovare lavoro solo nello sgangherato Luna Park cittadino, ricettacolo di adolescenti scombinati e adulti che non sembrano avere intenzione di crescere. L’esperienza estiva gli varrà come crescita e catarsi, tra autoscontri sulle note dei Cure e batticuore per la tormentata Em. Pur partendo da premesse tutt’altro che nuove, Mottola (regista anche di Superbad) innerva il film – onesto, romantico, divertente, malinconico – di una nota dolceamara che lo rende apprezzabilissimo. Notevoli i due protagonisti: da un lato Jesse Eisenberg (James), già visto in prodotti indie come Il calamaro e la balena, dall’altro Kristen Stewart (Em), che pre-Twilight già dimostra, come in Into the wild, di saper tratteggiare i propri personaggi con un’intensità fuori dal comune.
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(Michael Bay, USA 2009)
Con Transformers (2007) il regista americano Michael Bay aveva raggiunto forse uno dei punti più alti della sua personalissima poetica dell’action-movie. Il mix di avventura, spettacolarità, effettoni, sani valori americani (con tanto di maschilismo imperante) e ironia era perfettamente equilibrato, e reso ancora più gustoso dal tocco spielberghiano della produzione. L’inevitabile seguito, La vendetta del caduto, ci riporta alla dura realtà: due ore e mezza (argh) di inaffrontabile accozzaglia di botti ed esplosioni, con un’estenuante clangore di lamiere (il numero dei robot implicati è, manco a dirlo, quintuplicato), un citazionismo fine a se stesso (King Kong, Indiana Jones…) e mai un momento divertente. Neppure Laboeuf, solitamente a suo agio nei panni dell’eroe per caso, riesce a salvare la baracca. Eppure Bay sembra proprio divertirsi, disinvolto com’è nel correr dietro ai soldati yankees con la camera a mano o a riprendere la Fox al tramonto in controluce. Un passo falso anche per la premiata ditta degli sceneggiatori Kurtzman & Orci, di cui abbiamo da poco potuto apprezzare il lavoro nel fantastico Star Trek.
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(Henry Selick, 2008 USA)
Dalla penna di Neil Gaiman, e dal genio di Henry Selick, già compagno d’arme di Tim Burton e regista di The Nightmare Before Christmas, ecco a voi un altro splendido film d’animazione in stop motion, una fiaba a forti tinte dark in cui la perfezione della realizzazione tecnica fa il paio con un plot solido e appassionante. Nel seguire il viaggio di Coraline, undicenne insoddisfatta che scopre il passaggio per un altro mondo solo apparentemente migliore del proprio, si spaventeranno i grandi al pari dei bambini, e si troveranno freaks burtoniani ed echi di Lewis Carroll, come pure un’infinita di spunti e tematiche ‘adulte’ che vanno a costruire una favola morale di rara bellezza. Una nota: il film è concepito e realizzato in 3D, ma non fatevi scoraggiare se non trovate una sala attrezzata all’uopo. Guardatelo, anche su schermo ‘normale’, perchè merita davvero.
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(Todd Phillips, USA 2009)
Chi l’avrebbe mai detto. Una notte da leoni, sorpresa del box office americano, non è semplicemente un filmetto demenziale da 4 soldi su un gruppo di amici trentenni che non hanno voglia di crescere e che vanno a sbronzarsi a Las Vegas in occasione dell’addio al celibato di uno di loro. Una notte da leoni è effettivamente una commedia assolutamente esilarante, dai tempi comici studiati a puntino, trainata da un cast perfetto (Bradley Cooper, Ed Helms e Zach Galifianakis). Il trucco sta nell’escamotage narrativo: i nostri eroi non ricordano assolutamente nulla della notte brava, e sono costretti ad andare a ritroso cercando di raccogliere quanti più indizi possibile per ricostruire gli avvenimenti e spiegare, fra le altre cose, la presenza di una tigre nel bagno, la sparizione dello sposo, il ritrovamento di un neonato, un’alterazione della dentatura… Le gag che si succedono sono irresistibili (su tutte la comparsata di Mike Tyson!), i 100 minuti di film leggeri e senza pretese se non quella di divertire e ribadire l’importanza dell’amicizia. Forse Vanzina dovrebbe prendere spunto da prodotti come questo…
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