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Contrappunto

The Social Network

 

(David Fincher, USA 2010)

CHARLIE 

Qualcosa che ha invaso la nostra vita acquista un volto, un cuore; e la sua contestualizzazione è basata su fatti documentati come gli sbobinati delle azioni legali (il cardine da cui si dipana la vicenda) intentate dal coinventore di Facebook Edoardo Saverin e dai fratelli Winklevoss contro il “padrone” di Facebook. Unire la banale creazione dello “stato sentimentale” alla quasi totale mancanza di amici di Zuckerberg è solo un piccolo esempio di come un banale dettaglio della storia rapisca l’interesse dello spettatore, senza via di scampo. E senza dubbio l’antipatia congenita che l’interpretazione magistrale di Jesse Eisenberg nei panni di Zuckerberg suscita rende la miriade di dialoghi del film serrati e decisamente “mean”. Si tratta di Fincher, un regista che sa il fatto suo. Ma guardiamo il tutto con un occhio più distaccato e dimentichiamoci di FB e della simpatia che suscita Edoardo (un quasi commovente Andrew Garfield), pensiamo al film nella sua completezza. Dei protagonisti conosciamo gli estremi ma non entriamo mai veramente al fondo, ci avviciniamo appena alla psicologia del protagonista. Della storia del social network impariamo l’origine primordiale ma non l’evoluzione e conseguente trasformazione in una impresa da miliardi di dollari. Del fenomeno sociale ci vengono dati numeri, ma non cosa significhi veramente nella vita delle persone. E ho qualche riserva sul finale. Per tutti questi motivi, nonostante l’abbia seguito con gusto, credo che The Social Network giochi un po’ sporco e non sia quel piccolo capolavoro che invece è stato Zodiac.

LUCY 

Sceneggiatura alla mano, la scena iniziale di The Social Network occupa esattamente 8 pagine. Otto pagine senza azione, di soli dialoghi, che raccontano la rottura tra Mark, studente di Harvard, e la fidanzata Erica: un’infinità, se si considera che in genere per una pagina di dialogo si calcola una corrispondenza di all’incirca un minuto sullo schermo. Ma la scena recitata dagli attori Jesse Eisenberg e Rooney Mara ne dura solo 5.  La camera riprende in alternanza l’uno e l’altra mentre, seduti al tavolino di un pub, ingaggiano un duello verbale guizzante ed elettrico, un fiume di parole e di “botta e risposta” rovesciato sugli ignari spettatori con la rapidità di una scarica di mitragliatrice. Se questi cinque, memorabili minuti vi lasciano frastornati, sappiate che non c’è tempo per riprendersi: le note cupe e ossessive di Trent Reznor e Atticus Ross accompagnano Mark mentre attraversa Harvard Square, e passo dopo passo arriva all’intuizione del secolo: realizzare un sito web esclusivo che permetta alle persone di “connettersi” fra loro basandosi sulla struttura e le regole sociali dell’elitario microcosmo universitario americano. Con un fitto intreccio tra diversi livelli temporali, sequenze formidabili, una fotografia che ricorda i chiaroscuri del suo Zodiac e la sceneggiatura da Oscar di Aaron Sorkin, il perfezionista David Fincher dipana davanti ai nostri occhi la parabola della nascita di Facebook e del passaggio dalla rete accademica di Harvard alla società  globale contemporanea. Non c’è giudizio morale, non c’è bianco e nero: Mark, genio socialmente disadattato, è uno stronzo arrogante per il 95% del film, ma non si possono non ammirare l’acutezza della sua intuizione o l’abilità nel restare concentrato sul suo obiettivo; il desiderio di rivalsa che lo anima nei confronti di chi possiede uno status sociale invidiabile diventa una sgradevolissima ossessione, ma vorreste dirmi che vi riconoscete piuttosto nei ricchi e stupidi gemelli Winklevoss? E poco importa che i fatti siano raccontati più o meno accuratamente (nella realtà, ad esempio, il protagonista è ancora fidanzato con la stessa ragazza dei tempi di Harvard): siamo davanti a Cinema con la C maiuscola, a una tela tessuta da due eccellenti professionisti (regista e sceneggiatore) che mettono in campo il meglio della loro arte. Da applausi il cast di giovanissimi attori: l’inglese Andrew Garfield  (ne sentiremo parlare: è protagonista di Never Let Me Go, adattamento del romanzo di Kazuo Ishiguro, e sarà il novello Spiderman) è Eduardo Saverin, unico e fraterno amico di Mark e co-fondatore di Facebook che finisce con l’essere escluso dal progetto; Justin Timberlake, nella sua prima prova veramente convincente sul grande schermo, è il mefistofelico Sean Parker, fondatore di Napster e Plaxo; Armie Hammer è una rivelazione nel doppio ruolo di Cameron e Tyler Winklevoss, studenti di buona famiglia e vogatori olimpionici che accusano Mark di aver loro “rubato” l’idea di Facebook. E naturalmente, last but not least, Jesse Eisenberg, con ciabatte Adidas e riccioli d’ordinanza, incarna la postura nervosa e le magnifiche ossessioni di Mark Zuckerberg, il miliardario più giovane del mondo; l’immagine finale, che lo ritrae in una circostanza quantomeno ironica con il sottofondo di Baby you’re a rich man dei Beatles, non la dimenticherete facilmente.

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