(Jean-Pierre Jeunet – Francia 2010)
Non posso dire che Jeunet sia il mio regista preferito, però ammetto di amare sia Amelie Poulain sia Una Lunga Domenica di Passioni per la sua capacità di trasformare la realtà, anche quella più grottesca, in favola. L’attenzione ai particolari (sottolineata anche da una elegante fotografia), la poesia delle coincidenze strane della vita e la sensazione di appartenere e partecipare a un piano “superiore” mi hanno fatto uscire dal cinema con un occhio diverso sulle cose. Il trailer di Bazil già non mi ispirava ma sulla base di queste considerazioni sul regista mi sono fidato. Il plot è essenziale: al protagonista la vita viene rovinata da due produttori d’armi rivali: uno ha causato la morte del padre quando era bambino, dell’altro invece ha un bozzolo dentro al cervello che gli ha fatto perdere casa e lavoro e per cui potrebbe morire da un momento all’altro. Per questo motivo decide di vendicarsi su entrambi con l’aiuto di uno sgangherato gruppo di strani clochard. Per un attimo si intravede uno spirito quasi alla Tim Burton di Edward Mani Di Forbice, con le meraviglie della tana fatta di rifiuti rielaborati, ma lo sguardo della cinepresa rimane appannato, poco affettuoso anche nei confronti di tutti i personaggi del gruppo che appaiono più come macchiette nevrasteniche. E il feeling alla Lock & Stock, con le sparatorie e gli inseguimenti, non può certo edulcorare il risultato.

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