
(Steve Antin, USA 2010)
Ma QUANTO piace agli americani la storiella del giovane di belle speranze, cui la vita ha ingiustamente imposto crudeli privazioni, che trova il coraggio di abbandonare la miseria della propria condizione per inseguire luminosi sogni? Questa volta è il turno di Burlesque, storia di una cameriera dell’Iowa che appende il grembiule al chiodo per cercare fortuna come cantante nella Città degli Angeli. L’intraprendente Ali troverà il suo “paese delle meraviglie” (cito testualmente, sigh) nel Burlesque Lounge diretto da Tess, dura dal cuore d’oro e il volto di plastica. Non sto qui a menarvela su quanto l’arte del burlesque sia storicamente differente da quella messa in scena nel film: l’esigenza era evidentemente quella di adattare il contesto alla protagonista, e se la protagonista è una diva del panorama musicale contemporaneo come Christina Aguilera non si può che chiederle di interpretare se stessa. La missione riesce egregiamente fin quando la ragazza si dimena sul palco, dominando i numeri musicali ottimamente coreografati con il carisma, la presenza scenica e il talento vocale che la contraddistinguono. Ma ogni volta che gli spot del Burlesque Lounge si spengono… si salvi chi può: noia, stereotipi, inettitudine diffusa e dialoghi improponibili la fanno da padroni, e tra lustrini, gag con scatole di biscotti, l’inespressività della Aguilera, quel che rimane della signora Cher e la commovente professionalità di Stanley Tucci si arriva alle due ore frastornati.

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