
(Clint Eastwood, USA 2011)
|
CHARLIE Sebbene tenda a mistificare Eastwood come regista, ultimamente l’ho snobbato. Già Invictus mi invitava allo sbadiglio, Hereafter l’ho saltato a piedi pari ma di fronte alla presenza del signor Di Caprio, interprete di J. Edgar, ho deciso di riprendere il filo. Già da quando giravano i primi rumor sul film ero incuriosito: raccontare le vicende di J. Edgar Hoover, l’uomo che trasformò l’organo dell’FBI come lo conosciamo oggi nel bene (combattendo la malavita organizzata) e nel male (sfruttando il suo potere per minacciare, reprimere e distruggere gli “avversari”) e che intrecciò la sua vita a quella di grandi personaggi della storia americana (i Kennedy, Nixon, Martin Luther King), sembrava promettente. Se ci aggiungiamo la sua presunta omossessualità (strettamente legata al rapporto con la madre e l’assistente) e il fatto che lo sceneggiatore è quello di Milk… insomma, qualcosa doveva uscirne fuori!. Be’, io non ho capito il montaggio: si saltella tra le varie fasi della vita di Edgar senza che sia chiaro il nesso e noialtri non abbiamo poi così tanta dimestichezza con la storia americana per cui è il caos. E’ ben tratteggiato il carattere del protagonista (sicuramente Leonardo ha fatto un sempre ottimo lavoro di interpretazione) ma questa ultima fatica di Eastwood non riesce a scavalcare la pura didascalia: l’unico momento patetico è il litigio tra Hoover e Tolson. Il resto del tempo lo passi a immaginare se Di Caprio sarà davvero così brutto a 70 anni. |
LUCY Come raccontare J. Edgar Hoover? Storico direttore del Federal Bureau of Investigation, creatore del primo archivio di impronte digitali, indagato per violazione di diritti civili, artefice della grande lotta alla criminalità organizzata negli anni ’30, colui che diede nuovo significato all’espressione “l’informazione è potere” creando una rete di ricatti che gli consentì di essere il gran burattinaio della politica americana per quasi cinquant’anni; personalità complessa, paranoica e ossessiva disposta tutto pur di proteggere l’America dai “nemici interni” votati al degenero e alla corruzione (comunisti, attivisti afroamericani, omosessuali…). Sulla carta, un progetto più che ambizioso, che approda sul grande schermo per mano di un Maestro come Clint Eastwood, coadiuvato dallo sceneggiatore premio Oscar Dustin Lance Black (Milk) e da un attore eccezionale come Leonardo Di Caprio. Il risultato, purtroppo, è al di sotto delle aspettative: molto semplicemente, la materia sembra letteralmente sfuggire di mano a Eastwood e Black, che confezionano una narrazione confusionaria, semplicistica e speculativa, senza profondità drammatica e con colpevoli esclusioni (solo un vago accenno agli anni ’50 e a McCarthy? mah…). Certo, le cause principali saranno la complessità del personaggio e i numerosi dubbi che permangono sulla vita privata e professionale di Hoover, ma la scelta di approcciarsi ad un avvenimento o all’altro senza mai prendere una posizione alla lunga crea un senso di vuoto, di opaco; e non aiutano certo il ricorso alle lunghissime spiegazioni e i dialoghi da manuale di psicologia per principianti (“Tutta l’ammirazione del mondo non può colmare un vuoto d’amore”… ouch). A salvare quasi del tutto la baracca è il solito Di Caprio, che come prevedibile fa perfettamente il suo dovere, pur gravato da chili di non impeccabile trucco prostetico che lo rendono a tratti difficilmente credibile. Con Di Caprio, bene la rivelazione Armie Hammer (The Social Network) nei panni del vice (e rumoreggiato amante) di Hoover, Clyde Tolson; e ottima anche Naomi Watts/Helen Gandy, devota segretaria cui il potente direttore dell’FBI aveva affidato tutti i suoi segreti. |

Discussione
Non c'è ancora nessun commento.