L’arte di vincere

(Moneyball, Bennet Miller, USA 2011)

Moneyball è un film che ha del miracoloso. Passato di mano più volte (il draft finale è attribuito ai premi Oscar Steve Zaillian e Aaron Sorkin, che hanno in realtà contribuito in fasi diverse riscrivendosi l’uno con l’altro), con riprese rinviate e registi sostituiti, trova la sua forma finale con Bennett Miller (Capote) al timone, e Brad Pitt produttore e protagonista. Alle difficoltà di lavorazione aggiungiamo il tema decisamente ostico: per farla semplice, moneyball è il termine con cui gli addetti ai lavori fanno riferimento alla sabermetrica, l’approccio matematico-statistico all’analisi del baseball teorizzato da Bill James negli anni ’70-’80. Il film è la storia di Billy Beane (Pitt), manager degli Oakland Athletics costretto, dopo aver perso tre dei suoi assi, ad assemblare una squadra competitiva con un budget limitatissimo. Con il supporto di Peter Brandt, brillante laureato in economia, Beane ha l’intuizione di applicare la sabermetrica alla gestione della sua squadra, utilizzando dati statistici per capire quali giocatori possano essergli più utili. I suoi metodi provocano un terremoto: l’allenatore gli rema contro, gli scout (“eminenze grigie” di ogni società di baseball) si sentono esautorati, i risultati tardano ad arrivare e i media gli stanno col fiato sul collo. Beane è conscio di essere il primo a cercare di piegare le regole di un gioco pluricentenario, elemento imprescindibile della cultura popolare americana con le sue tradizioni, le espressioni mutuate nella lingua comune, i suoi eroi che spesso sono dei loser proprio come lui, passato dietro la scrivania dopo aver “steccato” le sue chances nella Major League. Proprio il motivo dell’underdog è il primo elemento di fascinazione di Moneyball: ci identifichiamo facilmente con un personaggio che vuole fare qualcosa che gli altri vogliono impedirgli di fare, e lo sport è un’ottima metafora. Ma c’è un “di più”. Non si punta sulla lacrima facile o sui discorsi ispirati; in effetti, Moneyball è probabilmente il film sportivo meno sentimentale che abbia mai visto. Ma è anche il più intelligente, dettagliato e acuto; è entusiasmante, divertente, ben ritmato, attento a concedere il giusto ai topoi del genere ma anche ad allontanarsene – ed è qui che accade il miracolo, con la fusione degli stili di scrittura di Zaillian (Schindler’s List) e Sorkin (The Social Network) e l’abilità registica di Bennett Miller. Il meccanismo è perfetto, e a fare da perno c’è una delle migliori interpretazioni della carriera di Brad Pitt, chiamato a dar vita a un personaggio complesso, imprevedibile, quasi donchisciottesco, pieno di tic nervosi (mangia in continuazione) e di scaramanzie (non guarda mai le partite). Una bella sfida che il buon Brad affronta in maniera eccezionale per carisma, ironia e precisione. Con lui nel cast Philip Seymour Hoffman, impagabile nel ruolo del testardo coach Howe, e Chris Pratt (Parks & Recreation) alias il prima base Scott Hatteberg, fulcro della strategia di Beane; ma la vera rivelazione è la crescita artistica di Jonah Hill (Peter Brandt), da “ingombrante” presenza comica a interprete efficace e sottile. Quello con Pitt è un duetto sensazionale, vibrante di chimica genuina (con l’effervescenza dell’uno a far da contraltare all’impassibilità dell’altro) e profonda comprensione del personaggio da parte di entrambi gli interpreti, premiati con la nomination all’Oscar (sono 6 in totale, incluse miglior film e sceneggiatura). “L’arte di vincere in un gioco ingiusto”, è il sottotitolo del libro di Michael Lewis da cui sono tratta le vicende di Moneyball: come anticipavo, lo sport qui è solo una metafora. Moneyball è una sfida nella sfida: l’intelligenza e la competitività ossessiva di Beane per scardinare un sistema talmente rigido da essere definito “medievale”, e la freschezza dell’approccio di Pitt e soci per rendere entusiasmanti Billy Beane e la sabermetrica anche per chi non capisce un’acca di baseball. Per quanto mi riguarda, missione abbondantemente compiuta.

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