War Horse

(Steven Spielberg, UK/USA 2011)

Campagne del Devon, Inghilterra, appena prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Un profondo legame affettivo si sviluppa fra Albert Narracott, figlio di contadini, e Joey, indomito purosangue acquistato dal padre di Albert con l’intento di impiegarlo per arare i terreni concessi alla famiglia da un signorotto locale. Nonostante l’indole e la struttura fisica di Joey sembrino poco adatti ad uno sforzo di quel genere, Albert vince la fiducia e la collaborazione dell’animale, dal quale diviene inseparabile; ma al divampare del conflitto, la famiglia Narracott è costretta a privarsi di Joey, che viene venduto all’esercito britannico ed assegnato ad un giovane ufficiale in partenza per la Francia. Di lì a poco, anche Albert si arruolerà, senza mai abbandonare la speranza di ritrovare l’amico. Racconto per bambini nato nel 1982 dalla penna di Michael Morpurgo, dopo un acclamato adattamento teatrale War Horse arriva sul grande schermo nelle vesti di epica saga per famiglie firmata da Steven Spielberg, maestro indiscusso del genere. Tecnicamente superbo, con sprazzi di grande cinema orgogliosamente “classico”, tra una sequenza spettacolare e l’altra – pazzesca quella della furiosa cavalcata di Joey fra le trincee – War Horse dà ampie possibilità al buon vecchio Spielberg di indugiare su alcuni temi a lui cari (l’amicizia, l’incomunicabilità), di glorificare un eroismo d’altri tempi e incorniciare inaspettati afflati d’umanità nell’orrore della guerra. La confezione, però, è fin troppo forzatamente zuccherosa per colpire davvero al cuore; sentimentale, senza emozionare davvero. Basti pensare a quanto poco sia lasciato al lavoro degli attori, fra cui ricordiamo l’anziano contadino francese Niels Arestrup, Emily Watson e Peter Mullan nei panni dei coniugi Narracott e gli ufficiali inglesi Tom Hiddleston e Benedict Cumberbatch: nessun ispirato monologo o intenso primo piano ci dice molto più di quanto già non faccia la strategicamente invasiva colonna sonora di John Williams. Personalmente, ho preferito il trionfo dell’immaginazione e l’entusiasmo contagioso dispiegati nel pur imperfetto Le avventure di Tintin; lo Spielberg di War Horse, pur confermando il suo ineguagliabile talento nel raccontare storie per immagini, si dilunga, diviene didascalico e sovraccarica ogni situazione togliendo allo spettatore ogni possibilità interpretativa. Poteva essere un grande film di guerra, o un grande melodramma di quelli che “non ne fanno più di film così”: il risultato è una via di mezzo, con la sensazione di un’occasione sprecata.

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