Prometheus

Prometheus

(Ridley Scott, UK/USA 2012)

Lo aspettavamo da trent’anni: il ritorno di Sir Ridley Scott alla fantascienza, genere che il regista e produttore britannico aiutò a ridefinire quando realizzò nel giro di tre anni due capolavori amati e imitati come Alien (1979) e Blade Runner (1982). Nella sua carriera Scott ha infatti girato molti altri film più o meno riusciti, ma senza mai ritornare al genere che lo rese famoso; questo in parte spiega il fermento che ha investito il mondo nerd/geek al momento dell’annuncio, da parte dei fratelli Ridley e Tony (rip), di voler resuscitare in qualche modo il fortunato franchise di Alien. Occupazione principe è allora diventata quella di identificare esattamente quale fosse il rapporto del nuovo film, intitolato Prometheus, con le avventure del tenente Ellen Ripley: è Alien 5? Non c’entra nulla? E’ un prequel? Per chi non riesce ad aspettare, diremo (tranquilli, niente spoiler!) che Prometheus contiene sì riferimenti ad Alien: i due film sono ambientati nello stesso “universo”, Prometheus anticipa probabilmente di una trentina d’anni gli avvenimenti di Alien e ne rilancia alcune situazioni e alcuni elementi tematici e visuali. Se proprio vogliamo usare una definizione, è un “quasi-prequel”. Ad essere completamente diverso è il tono: laddove Alien era uno sci-fi/horror claustrofobico, cerebrale e quasi indipendente (il budget iniziale era molto basso prima che la Fox decidesse di capitalizzare sulla moda di Guerre Stellari), Prometheus rivela un tono filosofico e una portata ben più ampia. A sottolinearlo fin dalle prime immagini sono gli esterni mozzafiato girati in Islanda, la strepitosa production design, la colonna sonora che ammicca un po’ a Star Trek e un po’ a John Williams, e ovviamente l’ambizioso filo narrativo del film: chi siamo e da dove veniamo, verso l’infinito ed oltre. Il motore della storia è la scoperta da parte dei due archeologi Shaw e Holloway, interpretati da Noomi Rapace e Logan Marshall Green, di una sorta di mappa delle stelle che potrebbe potenzialmente condurre a risposte concrete sull’origine della vita, ben diverse – per capirci – da quelle del darwinismo. L’astronave scientifica Prometheus, finanziata dalla Weyland Corporation, parte per un viaggio di due anni in direzione del pianeta segnalato dalla mappa; a bordo i nostri due entusiasti archeologi, una pletora di personaggi minori, un pragmatico pilota di lungo corso (Idris Elba), una glaciale rappresentante della Weyland (Charlize Theron, di nuovo nei panni della stronza di turno dopo Biancaneve), e last but not least l’androide David, incaricato di prendersi cura di tutti i fabbisogni dell’equipaggio. Proprio su quest’ultimo mi permetto una digressione: interpretato splendidamente da Michael Fassbender, e già noto agli spettatori più attenti grazie a una serie di ingegnosi video virali, David fornisce un punto di vista “robotico” sulle vicende del film, apparentemente in contrasto con quello appassionato e “religioso” della dottoressa Shaw ma egualmente forgiato da una sete di conoscenza che supera qualunque altra caratterizzazione. Più vicino agli androidi di Blade Runner che non a quelli della saga di Alien, David è il personaggio più sottile, ambiguo e interessante che troverete in Prometheus: perfettamente consapevole della sua superiorità tecnica e intellettiva, eppure affascinato da certi aspetti dell’umanità (impagabile una particolare scena che coinvolge Peter o’Toole) e in particolare desideroso che le sue abilità vengano riconosciute. Peccato che una simile attenzione non sia stata riservata da Scott e dalla coppia di sceneggiatori Jon Spaihts-Damon Lindelof anche al resto delle risorse a disposizione. Se parliamo di attori, la Theron è sprecata, Idris Elba ha solo un paio di scene degne di nota e la mancanza di chimica tra la Rapace e Logan Marshall Green è frustrante. Ma a soffrire è un po’ tutto l’impianto narrativo: per quanto la prima parte del film tenga fede alla fama visionaria del regista, stabilendo la posta in gioco in maniera visivamente ispirata e a tratti trionfale, tra la permanenza dell’equipaggio sul pianeta e i ripetuti incontri con strane creature  Prometheus finisce per sfaldarsi sotto il peso delle sue stesse premesse. Tanto sono maestosi i set, la fotografia e la computer grafica, quanto è confusionario l’impianto di speculazione teologica, mal supportato da personaggi che francamente non instillano un briciolo di empatia. E viene quasi il dubbio che, tra un inserto horror e l’altro (notevole una “procedura d’urgenza” quasi cronenberghiana), una sorta di pigrizia abbia preso il sopravvento per quanto riguarda le tematiche più astratte, tant’è che non sono pochi i nodi lasciati irrisolti in vista del sequel. Insomma, Prometheus è un gigante dai piedi d’argilla, un pot-pourri che da un lato vi riempirà gli occhi e dall’altro vi strattonerà tra meraviglia e disappunto. Citando proprio una delle mie scene preferite, “il trucco è non farci caso”…

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