Magic Mike

Magic Mike

(Steven Soderbergh, USA 2012)

Anche gli spogliarellisti hanno un cuore! O meglio, anche gli spogliarellisti anelano al Sogno Americano. Su e giù dal luccicante palco del Club Xquisite di Tampa, tra muscoli dirompenti (!), cravattini e perizomi versione stars and stripes, “Magic Mike” (Channing Tatum) è la star indiscussa, ma anche un loser cui il sistema rifiuta in maniera persistente la grande occasione. Di notte delizia le clienti con balli audaci e addominali scolpiti, e aiuta il socio Dallas (Matthew McConaughey) a gestire il club; di giorno lavora nell’edilizia e sogna di avviare un’attività di progettazione e vendita mobili. Manzo dal cuore d’oro e dalla battuta pronta, Mike trova anche il tempo di prendere sotto la sua ala protettiva lo sbandato Adam (Alex Pettyfer), appena sbattuto fuori dal college dopo aver perso una borsa di studio sportiva. Dallas intuisce il potenziale del “ragazzino” e gli fa rapidamente scalare le gerarchie, mentre Mike dovrà controllare che tenga la testa a posto per guadagnarsi l’affetto dell’irreprensibile e ultrabigotta sorella di lui (Cody Horn). Seguiranno: notevolissime esibizioni di danza… esotica e declinazioni soft del sempre valido trittico sesso-droga-rock’n’roll prima dell’inevitabile lieto fine. Per quanto cautionary tale un po’ trita (l’ascesa e la caduta, le tentazioni della società capitalistica, l’allievo e il mentore…), Magic Mike per fortuna non è mai la commediola scollacciata che rischiava di essere. Non per niente dietro la macchina da presa c’è un regista come Steven Soderbergh, il cui percorso eclettico tra impegno e film di genere, tra produzioni indipendenti e blockbusters lo rende probabilmente il soggetto ideale per un progetto come Magic Mike. Qualcun altro avrebbe spinto l’acceleratore sul lato sentimentale della storia, ma è evidente che a Soderbergh interessa davvero “scoprire” (in tutti i sensi) un ambiente quasi underground e una professione denigrata, imbastendo un discorso sociale permeato di scintillante intrattenimento, senza farsi mancare qualche pezzo di bravura cinematografica. Lo sguardo di Soderbergh, pur inevitabilmente maschile ed etero, ribalta i clichè hollywoodiani di rappresentazione del corpo e riflette su fama, lealtà, tentazioni; fallisce nella consistenza della trama e nel tratteggiare i ruoli femminili (insopportabile Cody Horn, disgraziatamente sottoutilizzata Olivia Munn nel ruolo di occasionale “amichetta” di Mike), ma porta comunque a casa un prodotto più che dignitoso. Segnaliamo tra i punti di forza il trentenne Channing Tatum, che si libera finalmente della fama di bellone insipido per dimostrare di saper reggere lo sguardo della cinepresa da vero e proprio “divo”. Irresistibile sul palco, dove dà libero sfogo alle strepitose doti di ballerino già dimostrate in Step Up, Tatum aggiunge al dispiegamento sensuale della sua fisicità una buona dose di autoironia e consapevolezza del ruolo (il film è basato in parte sulla sua vera esperienza come spogliarellista) nonchè di ottimi tempi comici che ravvivano i duetti con gli encefalogrammi piatti di Alex Pettyfer e Cody Horn. E tra i suoi colleghi, che includono noti volti televisivi (Joe Manganiello, Matt Bomer, Adam Rodriguez) e un wrestler (Kevin Nash), a spiccare è Matthew McConaughey in quello che è probabilmente uno dei migliori ruoli della sua carriera, se non altro negli ultimi 10 anni. Il suo Dallas, carismatico ex ballerino e gestore del club, con quella parlata strascicata, lo spiccato narcisismo e la lucida percezione di pro e contro della sua professione, vale il prezzo del biglietto già solo per la scena iniziale al club, in cui enuncia le regole “comportamentali” per il pubblico, e quella in cui insegna al “ragazzino” Adam a lavorarsi le clienti stuzzicandone l’immaginazione.

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